L’Azione Cattolica: mistero e profezia (3)

Per una riscoperta del Principio e Fondamento dell’impegno laicale accompagnati da Giuseppe Lazzati

di Mattia Arleo, Consigliere diocesano dell’AC di Roma, Presidente del Gruppo Diocesano “Vittorio Bachelet” dell’AC di Roma

«Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”» (Gv 19,5).

Le parole utilizzate da Pilato – e riportate nel Vangelo di Giovanni – per presentare Gesù alla folla dopo le torture subite a seguito della flagellazione potrebbero essere interpretate come espressione altera dell’autorità del Governatore che, pur riconoscendo l’innocenza dell’accusato, lo fa castigare per mostrare alla folla che tutto può in virtù del potere a lui conferito. Pertanto, potrebbero suonare così: “Ecco l’uomo che avete accusato. Guardate come l’ho ridotto!”.

Secondo alcuni esegeti (tra cui Carlo Maria Martini), con molta probabilità, l’espressione “ecco l’uomo”, nelle intenzioni di Giovanni, si riferisce al titolo “figlio dell’uomo” e, quindi, dovrebbe intendersi: “ecco l’uomo preannunciato, l’uomo che doveva venire, quello che col suo titolo di figlio dell’uomo evoca la potenza giudiziale e regale del messia”. 

In altre parole, Giovanni contempla, nell’umiliazione del Cristo, il segno della potenza misteriosa del figlio dell’uomo presente sulla terra. L’Evangelista vede, in quella contemplazione, la “coincidentia oppositorum” che è il segno delle opere divine. Dio aveva promesso questo misterioso figlio dell’uomo giudice e re: ora egli è qui ed esercita, dall’interno di questa sua situazione di ignominia, la potenza di giudizio sull’umanità.

Tuttavia, pur non conoscendo il reale significato che Pilato (e Giovanni) ha voluto attribuire alle sue parole, esse sottendono comunque un senso profondo. Consapevolmente o inconsapevolmente, il Governatore infatti presenta il modello di uomo a cui bisogna guardare e a cui bisogna conformarsi come cristiani. 

Chi si dice cristiano, infatti, non può che attuare, nel suo essere e nel suo esistere, la conformazione a Cristo ricevuta in virtù del battesimo. Non bisogna dimenticare, infatti, che con il battesimo, anche simbolicamente, siamo immersi nella morte di Cristo e risorgiamo dalle acque a vita nuova, immergendoci pertanto in Cristo, nella sua morte e nella sua risurrezione.

Lo afferma espressamente il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Lo si chiama Battesimo dal rito centrale con il quale è compiuto: battezzare (baptizein in greco) significa “tuffare”, “immergere”; l’ “immersione” nell’acqua è simbolo del seppellimento del catecumeno nella morte di Cristo, dalla quale risorge con lui, quale “nuova creatura” (2 Cor 5,17; Gal 6,15)» (n. 1214).

Il battesimo, però, è solo l’atto iniziale, in quanto. tutta la vita è un continuo tendere alla conformazione a Gesù e quindi, partendo dalla conoscenza di Lui attraverso le Scritture, si arriva giorno dopo giorno a ragionare come Lui, a sentire come Lui, e a chiedersi, di fronte alle scelte esistenziali, “cosa avrebbe detto e fatto Gesù?”.

Ecco il vero uomo! Ecco il modello cui dobbiamo ispirarci! Ecco Colui a cui dobbiamo conformare la nostra umanità!”. È così che possiamo intendere, dunque, l’espressione di Pilato che ci aiuta anche a comprendere meglio ciò che Giuseppe Lazzati scrive a proposito di “Cristo, chiave di volta dell’impegno laicale”.

«Se si volesse usare una metafora che plasticamente renda bene le tensioni vissute nell’attuazione dell’impegno laicale, si potrebbe dire che Cristo ne è la chiave di volta. Cos’è, infatti, la chiave in una struttura architettonica a volta? È il punto che consente di equilibrare tutte le tensioni presenti nella struttura stessa permettendole di stare in piedi. Naturalmente la chiave di volta rimanda a un punto che sta all’interno della costruzione; punto in cui si scaricano tutte le forze presenti nella struttura così che nessuna riesca ad avere il sopravvento sulle altre e, quindi, l’esterno – cioè la costruzione – regga e regga bene. Fuori dalla metafora: che l’impegno laicale sia attraversato da laceranti tensioni è fuori dubbio. Sono le tensioni che tentano di impedire al divino, operando nell’umano, di essere secondo il progetto pensato e voluto da Dio. Sicché è proprio dell’umano – al cui àmbito appartiene appunto la costruzione della città dell’uomo – l’essere sottoposto a tensioni e a forze contrastanti d’ogni specie. Tanto che Cristo stesso, come uomo, ha avvertito tutte queste tensioni a cui è sottoposto l’umano. Solo che in lui queste tensioni hanno trovato la loro soluzione nel mistero della sua vita posta in noi con il battesimo. Per questo l’espressione che Cristo è la chiave di volta dell’impegno laicale ha un preciso significato. Sta a indicare che egli è il punto di equilibrio di questa costruzione e, dunque, il punto in cui si risolvono le difficoltà che consentono alla costruzione di essere ciò che dev’essere. Evidentemente, non nel senso che Cristo supplisca o si sostituisca alle parti necessarie alla costruzione della città dell’uomo, bensì nel senso che permette alle medesime di congiungersi in equilibrio senza che l’una abbia il sopravvento sull’altra. Pertanto, in tale prospettiva, il rapporto tra consacrazione battesimale e impegno laicale può anche essere così descritto: l’impegno laicale – cioè questa costruzione a volta, per rimanere nei termini della metafora – ha un suo punto interno costituito dalla consacrazione battesimale, intima e segreta struttura portante del nostro essere e del nostro agire, garanzia che l’intenso e diretto rapporto col mondo non diventi mondanità o naturalismo, ma sia espressione dell’amore e della missione di Cristo. Questo dice che è anzitutto nell’intimo dei cuori, radicati in Cristo, conquistati da Cristo, vissuti da Cristo, che il mondo viene consacrato a Dio. Naturalmente, da questo radicamento in Cristo deve scaturire un’operatività in ordine alla costruzione della città dell’uomo sempre più capace di perseguire il suo fine specifico che è la pienezza dell’umano. Ciò in ragione del fatto che non si può dare pienezza umana senza la grazia, cioè senza il Verbo di Dio, che “è il fine della storia, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni”. Se è così, allora la vita di grazia, la vita in Cristo, si fa anima, si fa principio vitale di un impegno laicale portato alla pienezza delle sue potenzialità per quanto sia storicamente possibile. Per esprimere la pienezza di vita che intercorre fra il polo della consacrazione battesimale e il polo dell’impegno laicale, si può dire che la vita in Cristo – in senso paolino -, l’avventura in Cristo, sta nell’impegno laicale come il sangue sta ai tessuti del corpo. Il sangue, infatti, irrora, nutre di sé tutti i tessuti senza sostituirsi ai medesimi, che vivono proprio perché bagnati dal sangue. Così è della grazia di Cristo, principio che dà vitalità al tessuto – l’impegno laicale – senza sostituirsi al medesimo, ma consentendogli di esprimersi secondo tutta la sua potenzialità. Se tutto questo è vero, come è vero, ne risulta chel’impegno laicale dovrebbe essere sempre sorretto dalla speranza, in ragione del principio vitale che lo anima» (Impegno laicale ed evangelizzazione, pp. 32-34).



Giuseppe Lazzati è nato a Milano nel 1909. Si è laureato presso l’Università Cattolica nel 1931. Per molti anni (1934-1945) è stato Presidente della Sezione Giovani dell’Azione Cattolica Diocesana di Milano. Nel 1939, avendo deciso che la sua vocazione era un appello per una “consacrazione laica”, grazie al sostegno dell’Arcivescovo Cardinale Schuster, ha dato vita con alcuni amici alla società laica “Milites Christi”. Dal 1943 al 1945 Lazzati fu internato nei campi di concentramento in Polonia e Germania. Nel 1946 è stato eletto nel Consiglio Comunale di Milano e come deputato all’Assemblea costituente e poi al Parlamento della Repubblica fino al 1953. Al suo ritorno a Milano, ha vissuto un periodo di affinità teologica e spirituale con il cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI, fino a diventare presidente del Movimento dei Laureati Cattolici e poi Presidente Diocesano di Azione Cattolica. Dal 1961 al 1964, per volontà del cardinale Montini, fu nominato direttore del quotidiano milanese “L’Italia”. Dapprima è stato eletto. Dal 1976 al 1986 nonostante la progressione di una grave malattia, ha tenacemente perseverato in un servizio ininterrotto e appassionato di apostolato e di accompagnamento spirituale di molti giovani, attività che hanno avuto luogo prevalentemente all’Eremo San Salvatore nel Nord Italia. Giuseppe Lazzati è morto all’alba di Pentecoste, 18 Maggio 1986.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *